Benvenuti al Bookavenue Book Festival 1a edizione 2009!

BBf 2009 appuntamento con Gabriele Prinelli,

La mano dell'organista
Fratelli
Frilli Editori 2009
L’autore: Gabriele Prinelli è nato nel 1972. Diplomato in conservatorio, laureato in musicologia è oggi bibliotecario in una media cittadina lombarda. Vive in campagna ed è appassionato di storia locale, con diverse pubblicazioni alle spalle. È il titolare del blog: Quaderno di un bibliotecario (http://letture.wordpress.com) e fondatore di uno dei più grandi forum d’Italia dedicato ai libri (http://libri.forumcommunity.net). Tre le sue passioni: il coro che dirige, i libri e l’orto.
Il libro
Romanzo storico-picaresco ambientato nella periferia milanese ottocentesca del periodo post-napoleonico, ha come protagonisti un gruppo di uomini e donne sopravvissuto agli anni delle guerre che erano infuriate in Europa.
Con una lingua ricca di sfumature che alterna parlata locale e dialetti meridionali, Prinelli racconta vite di cui la Storia non ha narrato le gesta.
Gaspare, che lavora come manovale dai Serassi costruttori d’organo, Tano, il locandiere, siciliano immigrato che parla solo il suo dialetto, Malalingua, il suo traduttore, Enrico detto Il marchese, megalomane carceriere del castello… sono i protagonisti di questa storia che ad un certo punto si tinge di giallo, ma dove l’elemento giallo è solo un espediente per raccontare con umorismo e partecipazione una storia semplice di gente comune.
Sullo sfondo la campagna lombarda fertile orto per contadini di giorno, pericolosa zona abitata da briganti e malfattori di notte.
TRAMA
Gaspare, manovale dei Serassi costruttori d’organo, davanti ad un succulento piatto di risotto col piccione scopre che è tutto sbagliato. Le ossa ritrovate nelle canne dell’organo non sono quello che sembrano. Non appartengono ad un colombo bensì ad una mano. Come sono finite cinque dita in altrettante canne dello strumento musicale? Nella Melegnano ottocentesca del periodo post napoleonico Tano, il locandiere siciliano immigrato che parla solo il siciliano, Malalingua, il suo traduttore con la sci, L’Angiul sacrista, Enrico detto Il marchese, megalomane carceriere del castello, e la bellissima Cecilia aiuteranno, senza volerlo, Gaspare a svelare un mistero di cui tutti ignorano, fino alla fine, l’esistenza.
PERSONAGGI
Gaspare: è il manovale dei Serassi. E’ a Melegnano inviato dai costruttori d’organo. E’ l’incaricato di smontare lo strumento vecchio e montare quello nuovo.
Tano: è il locandiere de Le tre T la locanda dove soggiorna Gaspare. Immigrato da vent’anni a Melegnano non si è mai abituato alla parlata locale. Imperturbabile parla solo il siciliano.
Angiul sacrista: è il sacrestano della chiesa di san Giovanni a Melegnano. Aiuta Gaspare nella costruzione dell’organo. E’ il padre di Cecilia
Maria: sua moglie
Cecilia: è la bellissima figlia di Angelo il sacrestano e Maria. La ragazza più ambita del paese.
Il prevosto: è il rettore della chiesa di san Giovanni Battista
Malalingua: deve il suo soprannome ad un difetto di pronuncia. E’ l’unico in città a capire cosa dice Tano. E’ il suo traduttore ufficiale.
Merlino: vive nella torre del castello in totale solitudine. Soprannominato in paese il mago.
Donna Maria Filippa Estefania Lucia: una facoltosa cliente de Le tre T.
Enrico Il Marchese: il guardiano della prigione. Marchese è il suo soprannome
Federico il medico: Il dottore ipocondriaco di Melegnano
Malaffare, Coltello facile, Manomozza e Serramanico: quattro brutti ceffi locali.
INCIPIT
«Cosa ha detto?».
«Ha detto: scentirete che sciapore!».
«Che è? Turco?».
«No! Sciculo».
«Culo che?»,
«Sci-cu-lo. Scisciliano».
La dotta conversazione avveniva tra Piero Bertuzzi, detto Malalingua, Tano, soprannominato Le Turc, proprietario dell’albergo, e Gaspare di Treviglio, manovale dei Serassi costruttori d’organo. I tre, vagamente alticci, erano comodamente seduti ad un tavolaccio della locanda la “Vecchia posta” che da un ventennio era stata rinominata, vox populi, la taverna “Le Tre T”.
La locanda era sita di fronte al campo dei Gelsi sulla strada per Milano. Si entrava da una piccola porta e il locale, non fosse stato per una specie di saracinesca, che Tano teneva spalancata dalla mattina alla sera, era completamente allo scuro. La stagione era calda. I tre avevano scelto un tavolo lontano dal finestrone e nascosto nell’ombra, così che potevano adocchiare ciò che accadeva fuori senza essere veduti. L’arredamento era quello tipico delle taverne: il pavimento in terra battuta ricoperto di paglia e segatura, una fila di tavolacci di legno tutti incisi con scritte del tipo “La felicita è una gran z… (omissis)”, “Carlo cornuto”, “Abbasso l’imperatore”, “Evviva la f… (omissis)”, “Il marchese è un ladro”, “Io amo Cecilia”, “Tano re”; le relative panche sghembe, un bancone da mescita diroccato e l’immancabile focolare sempre acceso. Il camino non tirava bene e quando il vento soffiava da oriente il fumo, anziché uscire dal comignolo, invadeva la sala affumicando i clienti. E quando ciò accadeva si era sicuri che la pioggia prima di due giorni sarebbe arrivata.
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