Benvenuti al Bookavenue Book Festival 1a edizione 2009!

Incontro con Aberta Tedioli
in occasione dell'uscita del suo libro
Sparagnì. L'avaro di Romagna
Tempo al Libro edizioni
L'Autrice
Alberta Tedioli è nata nel dicembre del 1950 a Modigliana, dove vive tuttora. Ha fatto l’operaia, l’impiegata statale, la mamma di tre figli e tante altre cose. Si è diplomata mentre faceva anche l’operaia, nei lontani anni Settanta. Il suo lavoro preferito, quello che avrebbe voluto fare per tutta la vita, l’ha scoperto dopo i 50 anni: vendere libri usati o antichi ai mercatini. Ha pubblicato vari articoli su periodici locali e ogni anno scrive per l’almanacco di Modigliana il ritratto di un personaggio originale scomparso. Ha curato il libro di detti romagnoli intitolato Amo ció (Il ponte vecchio, 1998); ha inoltre pubblicato un articolo di satira su M, l’allegato all’Unità diretto da Staino. Questo è il suo primo romanzo, che ha come protagonisti i contadini di collina, gli ultimi, i dimenticati dalla storia.
Il Libro
Non hai che da aspettare. L’esordio diventa over-age.
di Àlen Loreti, 5 ottobre 2009
“Non hai che da aspettare, con la biro pronta” scriveva Primo Levi in una celebre poesia composta a 65 anni e raccolta in quell’esordio poetico che per anni gli fu negato (Ad ora incerta, Garzanti). In Italia escono ogni giorno qualcosa come 180 libri (N.d.R., intervista a Giuliano Vigini, il manifesto 7 Aprile 2009), un vero esercito di biro pronte e tastiere fumanti dove l’esordiente deve dimostrar fiato e l’editore fiuto. Dopo alcuni anni di sbornie giovanilistiche con autori teenager annunciati come “eccezionali scoperte” —scelta mediatica, certo, ma confortata da un aumento dei lettori che si concentra nelle fasce più giovani della popolazione— il consorzio editoriale si è un po’ pacificato dimostrando una certa sensibilità anche per chi giovane non lo è più. Critica e pubblico hanno così scoperto il memoir di Boris Pahor Necropoli (Fazi) o l’antologia Over-Age. Apocalittici e disappropriati (Transeuropa) curata da Giulio Milani che raccoglie 17 racconti scritti da altrettanti ultra 65enni. In questo nuovo “spazio letterario” emerge il romanzo d’esordio della 58enne Alberta Tedioli, Sparagnì, l’avaro di Romagna, pubblicato dalla casa editrice faentina Tempo al Libro. Una storia neorealista radicata in una terra fertile di creatività, vicina di casa delle esperienze poetiche di Tonino Guerra, delle emozioni noir di Carlo Lucarelli e delle epiche paesane di Cristiano Cavina. Insomma, non solo una “Romagna solatia, dolce paese”, come recitava Pascoli, ma una terra misteriosa segnata da sentimenti rabbiosi, da personaggi che rivendicano considerazione e riconoscimento. Come una forca piantata per terra che avverte: “Da qui in poi comincia la mia storia”.
Da dove nasce questo romanzo e quanto c’è di autobiografico?
Io sono per natura una attenta osservatrice dei comportamenti umani, sono curiosa, ascolto. Sono venuta alla conclusione che la maggior parte dell’umanità è attaccata visceralmente alla materia e al proprio interesse. Freud diceva che è la libido che in un certo senso pilota l’uomo. Io penso che sia invece il rapporto con il possesso, con la materia, con il denaro. Di autobiografico ci sono i miei 58 anni di vita dura, di tutte le persone che ho conosciuto e con le quali in qualche modo mi sono rapportata. Poi, se vogliamo, anch’io a volte mi sento un po’ come Sparagnì e a tratti lo siamo tutti. Certo lui incarna tutte le avarizie umane mentre ognuno di noi ne incarna qualcuna.
È una storia che emerge dalla terra, dalla civiltà contadina, come una zolla di campo.
Tengo a precisare, a scanso di equivoci, che odio la nostalgia. Mi piace guardare avanti, la storia di ieri serve per capire il domani. Non ho mai vissuto in campagna, sono nata e vissuta a Modigliana, ma ho conosciuto il mondo contadino attraverso le conoscenze dei miei genitori e alcuni parenti. È, era, un mondo così semplice ma intenso, a volte poetico. Mi piace che i giovani si rendano conto di questa storia che è vecchia solo di qualche decennio e mi piace che queste persone contadine siano protagoniste per metterle, appunto, al centro dell’interesse.
Attorno alla storia d’amore di Sparagnì e Clarina ruota il mondo rurale popolato da padroni, mezzadri, montanari, operai, preti. Il sentimentalismo della trama sembra subordinato al realismo, come “ricattato” dalla realtà che tutto schiaccia.
Odio, ripeto la parola, i manicheismi, le categorizzazioni: i buoni di qua i cattivi di là. C’è del buono e del cattivo ovunque, bisogna solo non essere superficiali e qualunquisti per cui diciamo che pendo per i poveri, ma porto anche le ragioni dei ricchi. La realtà schiaccia, ma se una persona è portata ad agire e a ribellarsi alle ingiustizie, può modificare o migliorare. La rassegnazione solo dopo averle provate tutte. Non è una storia d’amore, è una storia. Per quanto riguarda i preti io sono sempre molto incuriosita, affascinata e incavolata da queste figure. Non si incavolano mai neppure di fronte alle peggiori ingiustizie, secondo me non lavorano per la solidarietà e la giustizia, ma sono anche convinta che credano profondamente in quello che fanno e nella loro missione. Forse sono io che non capisco il senso del loro apostolato perché non sono credente, almeno nel senso tradizionale della parola.
Sparagnì è un contadino avaro, cinico e profondamente rozzo. È un uomo violento, non solo per le bestemmie e le cinghiate che distribuisce al figlioletto, spesso lo sentiamo dire: “Se fosse per me il mondo finirebbe con me, qua è tutta sofferenza, non ha senso mettere al mondo delle creature per farle soffrire”. Sembra un’ammissione di debolezza, come se dietro alla sua furbizia e ingordigia di possedere le cose, ci fosse in realtà un vuoto enorme. Sparagnì pare un uomo fuori dal suo tempo diversamente da Clarina, sua moglie, che riconosce nell’istruzione del figlio e nei piccoli piaceri della vita il senso del sacrificio.
Hai capito bene, è un grande narcisista, incapace di amare e di dare. Dietro questo c’è il dolore infantile provato e non elaborato, il dolore che riduce gli uomini all’aridità che per paura di soffrire si negano l’amore. Mentre il dolore dovrebbe servire a crescere e diventare più buoni e comprensivi con gli altri (e questo è cristianesimo). Tutti i grandi narcisisti sono violenti perché credono e vogliono essere l’unico riferimento nell’universo, vogliono essere ubbiditi. Vorrebbe negarsi il piacere della paternità per paura dei problemi che la paternità stessa comporta. Sparagnì sembra fuori dal suo tempo perché in realtà è una tipologia di uomo (donna) attuale. Clarina è una donna positiva con i semi dell’emancipazione, vuole crescere, crede nella famiglia.
Ambientare una storia nel mondo contadino significa arricchirla di una radice dialettale che genera nei personaggi una forte vitalità. Come ti sei misurata con questo problema, hai incontrato difficoltà?
Nessuna, adoro il dialetto ed è la mia prima lingua, quella che mi hanno insegnato in casa. Ci sono delle parole così espressive che da sole sono già una poesia. Io ho voluto italianizzarle per creare dei neologismi —e speriamo che sia così— per invitare i giovani a riscoprirle e usarle. Da non confondere con gli strafalcioni.
A proposito, il lettore di Sparagnì è aiutato da un “glossario modiglianese” che chiude il libro. Che valore ha per te il dialetto?
È importante anche se il nostro dialetto montanaro (N.d.R. Modigliana è sull’Appennino forlivese) viene spesso deriso alla Bassa. Oserei dire che il dialetto è un fenomeno strano, ognuno sente, capisce e ama solo il suo, basta cambiare una vocale in una parola e già si crea un divario culturale fra due persone. Certo al dialetto rimangono pochi anni di vita ma è giusto che sia così: le lingue sono tutte vive e nel morire si trasformano proprio come noi umani.
Piacere e dolore, comicità e dramma. La vita matrimoniale e sociale di Sparagnì e Clarina viene travolta dalla misteriosa scomparsa del figlio Cesarino. È un colpo fortissimo.
Per dire fino a che punto può arrivare un narcisista e i casi di cronaca ne sono un esempio, tragico ovviamente. Per conformazione più genetica che culturale scriverei solo satira e comicità e a tratti questa viene fuori, un po’ amara o cruda. Ma volevo raccontare una storia così, ce l’avevo in testa così e la comicità è andata in secondo piano.
Permettimi un’analisi generale. Un personaggio ad un certo punto dice: “Non siamo né pianura né montagna né mare, non siamo né forlivesi né ravennati né fiorentini, che vuoi che gliene freghi di quattro sfigati contadini?” È ancora così? Te lo chiedo perché mi hai ricordato moltissimo alcuni personaggi di Dante Arfelli (I superflui, 1949 e La quinta generazione, 1954), dove l’emarginazione e l’esclusione sono un punto di non ritorno. Chi è fuori, è fuori. Chi è dentro, è dentro. Eppure il personaggio di Franchino…
Come ti dicevo ci sono dei personaggi che hanno dentro una spinta che va oltre le tradizioni e il predestinato. Non c’è emarginazione che non si possa eliminare con la forza di volontà e il volere a tutti i costi una cosa. Mentre dove c’è rassegnazione, non c’è evoluzione. Franchino è uno che probabilmente ha i geni della nobiltà e della cultura (se possono essere geni) e va avanti per la sua strada senza rinnegare chi gli ha fatto del bene. Nella semplicità certi rapporti sono più autentici. La famiglia rappresenta questo e lui rappresenta la persona che accetta con amore chi si prende cura di lui senza interesse.
Patimenti, magoni, sconfitte, umiliazioni, rifiuti. L’universo femminile di questo romanzo è segnato dal dolore. Donne di diverse generazioni che si incontrano e si scontrano. C’è una forza che non si misura nei muscoli. Una forza, una resistenza che hanno solo le donne e che Clarina manifesta fino in fondo, è così?
Ci sono donne buone, cattive, umane, perfide. Non mi piace essere “di parte”. Di sicuro le donne hanno una forza superiore agli uomini. Fanny è una donna di città e fa i suoi interessi, Clarina non è all’altezza di contrastarla. Una nota di ottimismo fra donne riguarda l’amicizia fra Clarina e la ragazzina Erika, in fondo loro due sopravvivono alle durezze della vita e si capiscono proprio in quanto donne.
Il contrasto campagna e città è animato da pregiudizi e sogni. C’è un richiamo all’attualità?
Il contrasto è ben evidenziato perché —ora penso più alla provincia o alla metropoli in contrapposizione— qui troviamo la rivoluzione industriale degli anni 50 che spopolò le campagne e non fu una rivoluzione da poco: la fabbrica.
Quanto tempo hai impiegato per scrivere questa storia e quali libri ti hanno aiutata durante la scrittura del romanzo?
Ho impiegato un paio di anni perché non sapevo bene cosa farne di questo romanzo, ma la storia ce l’avevo tutta in testa, così. Non mi sono ispirata a nessuno. Mi piace essere me stessa. Se devo dire a quale scrittore assomiglia la mia prosa —ma non perché abbia copiato— piuttosto perché abbiamo una particolare e comune vena poetica, direi Cristiano Cavina. Ci accomuna una provincialità —non provincialismo— un modo di osservare e caratterizzare le persone che diventano personaggi. Io leggo più autori degli anni 60-70. Anche perché vendo libri vecchi e ne metto da parte in quantità industriali ma poi non ho tempo...
È stato difficile scrivere il finale?
Volevo dimostrare quanto può essere cinico un narcisista e a cosa può arrivare.
Idealmente, quali volumi metteresti a fianco di Sparagnì? Immagino un romanzo di Arpino, un racconto di Mauro Corona, una poesia di Tonino Guerra, un giallo di Lucarelli… oppure?
Io sparo in alto. Vorrei essere vicino a Raffaello Baldini il poeta di Santarcangelo, qualcuno mi ha detto che “sono sua erede”. Io ci voglio credere. Lucarelli è anche un mio amico, è una bella persona. Arpino è fra i libri messi da parte.
Tu hai fatto l’operaia, l’impiegata statale, ma solo dopo i 50 anni hai scoperto la tua vocazione: vendere libri antichi e usati. Oltre ai mercatini gestisci un negozio on line su eBay. Da dove nasce questa passione?
La storia della mia vita non te la posso raccontare, ho inviato un mio diario di quando lavoravo in fabbrica come operaia all’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano e due anni fa hanno riassunto il mio diario sulle pagine del giornale Liberetà. Poi ho scoperto per caso questo lavoro di vendere libri vecchi o antichi e mi sdreno dalla fatica ma adoro portarmi a casa montagne di libri. Solo che non ho più un centimetro di spazio. Questo lavoro fa parte “del cerca e troverai”. L’ho scoperto quasi per caso, ma sempre andando a caccia di qualcosa... Anche qui si potrebbe parlare all’infinito del collezionismo cartaceo, ma come si fa?
Stai lavorando ad un nuovo romanzo?
Ho scritto delle microstorie iperboli, iperealiste, sono fiabe per adulti tragiche, comiche, amare, ma sono diverse da Sparagnì e ho paura di tradire i miei “ammiratori”, perché non è che si capiscano subito. Bisognerebbe fare serate e spiegarle, fare una specie di outing, una volta si diceva autocoscienza. Poi sto scrivendo una specie di seguito di Sparagnì… ti lascio un po’ di suspence.
Alberta Tedioli
Sparagnì, l’avaro di Romagna
pp. 272, € 12,00
Tempo al Libro
http://www.tempoallibro.it
http://www.tempoallibro.it/sparagni.html
l'incontro con l'Autrice è segnalato a destra negli eventi. Non mancate!

















